Ripensando al passato

Stavo per iniziare a scrivere qualche appunto per questo nostro Foglio e mi è venuto in mente: “Fammi guardare che cosa avevamo scritto sul Foglio di questo periodo lo scorso anno”. Il primo titolo era “Chiude la Cappella della Chiesa de i Passi” e poi, subito all’interno, il resoconto di un campo Cresima a Sommocolonia.

Ma quanto tempo è passato? Qualche secolo? Cercando di ripensare a quello che stavamo facendo in quei giorni, a quello che pensavamo o che stavamo programmando, mi è sembrato davvero un altro mondo, un’altra realtà, eppure non ci rendiamo conto quanto è vicina nel tempo e quanto invece è lontana nello spirito, nel modo di pensare, di parlare, di stare insieme.

“Chiude la Cappella de I Passi”. Si chiudeva per lavorare, per migliorare, c’erano prospettive per il futuro, magari si pensava al disagio: “quanto durerà?” ci si chiedeva. Anche adesso ci chiediamo “quanto durerà” ma con uno spirito completamente opposto, non guardiamo al futuro con la speranza ma con la paura, non pensiamo a che cosa faremo domani ma semplicemente se avremo la possibilità di fare qualcosa o se dovremo stare chiusi in casa.

Si pensava alle attività svolte durante l’estate. Per i ragazzi e i giovani i campi duravano ben più del tempo dell’attività: commenti a non finire, ricordi, amicizie, speranza di ripetere le belle esperienze. Adesso? Non si sentono più i ragazzi raccontare le avventure vissute insieme, per loro la parrocchia non ha potuto organizzare niente, sembra che nessuno sia mai stato a Sommocolonia o che non si sia mai fatto un campo solare, e quindi… per loro la parrocchia sembra non esistere più. Anche per le famiglie: non c’è stato movimento per queste attività, non c’è stata preoccupazione per i campi; sembra che tutto questo tempo sia passato senza lasciare traccia. Che situazione strana!

Eppure è tutto vero! La differenza con il passato è abissale, il pessimismo e la paura hanno preso il sopravvento. Di sicuro tante persone penseranno ”Come si fa a pensare il contrario? come si fa ad essere ottimisti?”

Guardando a come si sta evolvendo la situazione viene da dire che queste affermazioni sono da condividere, ma siamo sicuri che non si possa dire una parola di speranza? Mi viene in mente che nei secoli passati pandemie ce ne sono già state, per non pensare poi alle ondate di peste che duravano anche per diversi anni e a volte mietevano un numero di vite per noi impensabile. Vaiolo e colera… chi ci pensa più.

Sicuramente anche questa epidemia passerà, ci saranno purtroppo ancora vittime, tanti disagi e paure, ma sicuramente finirà e tutto questo sarà un cattivo ricordo.

Piuttosto, perché non pensiamo che quanto stiamo vivendo ci dovrebbe insegnare altro e magari riportare in evidenza altri valori e principi che spesso il modo di pensare corrente ha messo al secondo posto o addirittura nascosto?

Prima di tutto prendiamo coscienza che tante nostre certezze e sicurezze non erano tali ma che una malattia qualsiasi è sufficiente a mettere tutto in crisi. Vite spezzate da tumori, incidenti stradali, droga e da un’infinità di altre malattie le avevamo davanti agli occhi eppure… si preferiva non pensarci.

Ma lasciamo perdere tutte queste considerazioni e pensiamo invece a cosa possiamo trovare o valorizzare.

Intanto prendiamo coscienza del limite, limite nostro che poi si traduce anche limite della scienza e incapacità di poter fare tutto quello che si vuole. Prendiamo coscienza anche dell’incertezza: nulla è sicuro e non tutto ricade sotto il nostro potere, basta pensare che non siamo nati per nostra scelta ma per volontà di altri.

E fin qui si parla di realtà da accogliere o tollerare. Ma ci può essere anche altro.

Viviamo in una situazione di mancanza di risorse, di possibilità, di occasioni di incontro; vero, ma tutto questo non può tradursi in un lamento continuo e in una chiusura sempre più accentuata agli altri; teniamo ben presente che “noi abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di noi”. Traduciamo in azioni concrete questo semplice principio.

Vicinanza. Impossibile la vicinanza fisica ma almeno quegli strumenti tecnologici che abbiamo sempre in mano facciamoli funzionare per qualcosa di positivo.

E poi, occhi aperti per vedere se qualcuno ha bisogno di noi, se qualcuno viene dimenticato. Che non succeda che un nostro parente, un nostro amico, un giorno ci rinfacci che lo abbiamo dimenticato o che, peggio ancora, lo abbiamo lasciato nelle sue difficoltà pur essendo consapevoli della situazione.

La fantasia per inventare qualcosa non ci dovrebbe mancare: l’uomo nelle situazioni difficili ha sempre trovato soluzioni per rispondere ai bisogni contingenti. Le nostre reazioni e le nostre risposte non possono essere solo di ordine economico ma dovrebbero mettere sempre al primo posto le relazioni con gli altri.

Don Carlo

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