Preghiera e onnipotenza di Dio
Il tema della preghiera si lega a quello della onnipotenza di Dio, soprattutto in ordine alle domande: «ma se Dio esiste, allora perché tutti questi morti a causa delle guerre?», «ma se Dio esiste, perché allora permette la morte di brave persone mentre molti delinquenti sembrano vivere serenamente?», «ma se Dio esiste, perché la morte di quella persona cara nonostante tutte le preghiere?».
Sono due i livelli di risposta a queste domande: il primo è quello relativo alla malattia e al dolore innocente, mentre, invece, il secondo è quello relativo alle scelte operate degli uomini. Partendo da quest’ultimo aspetto potremmo osservare come Dio faccia le cose secondo una logica ben precisa, che è quella del «per sempre». Dio ci ha creati liberi, ci ha donato la libertà e non è come noi che, quando facciamo un dono a qualcuno e poi litighiamo con questo «qualcuno», rimpiangiamo di avergli fatto quel dono e, forse, ce lo vorremmo anche riprendere. No! Dio le cose le fa «per sempre»! Ci ha donato la libertà e non ce la toglierà mai! Certamente, «libertà» si lega a «responsabilità» e ciascuno di noi sarà chiamato a rendere conto delle proprie scelte, ad assumersi le proprie responsabilità. Ma, in virtù di questa libertà che non ci sarà mai tolta, l’uomo può fare molto bene ma, al contempo, anche molto male. L’uomo – con la sua libertà – può mettersi a servizio del prossimo oppure fare del male, fare le guerre e, perfino, costruire i campi di sterminio. La risposta, quindi, alla domanda sul perché Dio permetta le guerre, alla fine, è «più facile» di quella relativa alle malattie: Dio ci ha creati liberi e non ritira questo dono. A noi spetta esercitare con sapienza la nostra libertà e assumerci le nostre responsabilità.
Più difficile, invece, è la risposta al «dolore innocente», al dolore della malattia, al dolore presente in reparti ospedalieri come «oncologia pediatrica». A tal proposito la Bibbia – con il suo linguaggio e il suo modo di esprimersi – insegna come non sia Dio a creare il male. Quando Dio termina la creazione, prima del riposo guarda quanto ha creato «ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Qualcosa, poi, si rompe dal capitolo terzo del libro della Genesi in poi: da lì entrano in scena la morte e la caducità dell’esistenza. Ma non è Dio che ha creato il male né tantomeno la morte. Il testo mostra, infatti, ancora una volta, come la scelta libera dell’essere umano lo porta a non seguire le indicazioni di Dio. Possiamo dire che questo è il primo peccato degli esseri umani: verrà infatti chiamato «peccato originale». Il linguaggio simbolico di Gen 3 ci spinge a riflettere sulla libertà dell’uomo – che Dio sempre rispetta – e sulla seduzione che il maligno (rappresentato dal serpente) può esercitare su di lui, quando, invece di fidarsi di Dio, si affida al proprio desiderio di potenza e di dominio, che mai conduce alla vita. Dio, invece, è il «Dio amante della vita» (Sap 11,26), che ci ha creati per la vita e che, semmai, ama così tanto la vita da trasformare la morte in un passaggio, anziché nella fine di tutte le cose: un passaggio dalla vita segnata dalla sofferenza, dalla malattia, dalla morte, alla definitività della Vita con la «V» maiuscola.
La domanda sul dolore innocente attraversa la Bibbia: Giobbe – nell’omonimo libro dell’Antico Testamento – è l’immagine del giusto innocente: non ha fatto niente di male ma gliene accade di tutti i colori. A lui si presentano alcuni amici che cercano di convincerlo che se le cose vanno così male, allora ciò significa che qualcosa di male, da qualche parte, deve averla commessa; è questa la logica della «retribuzione», secondo la quale ci capita ciò che, in qualche modo, ci meritiamo. E, sebbene assurda, questa logica spesso ci appartiene: quante volte ci capita di pensare – in momenti di difficoltà – «ma che cosa ho fatto di male? Perché capitano tutte a me?». Ebbene, il libro di Giobbe racconta come Dio appaia ai tre amici, dica loro che Giobbe non ha fatto niente di male, ma non viene spiegato il motivo del dolore innocente.
La logica della «retribuzione» la ritroviamo anche nel Nuovo Testamento quando a Gesù, nel presentargli un cieco, viene chiesto dagli stessi apostoli: «rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv 9,2). E Gesù, per spezzare ancora una volta l’assurda logica della «retribuzione» afferma: «né lui ha peccato né i suoi genitori» (Gv 9,3). Ma, nemmeno in questo episodio viene spiegato razionalmente il perché del dolore innocente.
E, in realtà, la Bibbia non dà nessuna spiegazione razionale del dolore innocente. Sappiamo solo che Dio non ha creato il male e che non è lui che invia il male. La Scrittura, però, offre un altro tipo di spiegazione, che potremmo definire «esistenziale»: Gesù Cristo, che è innocente, sale sulla croce. Da lì in poi ogni dolore innocente è come una «croce a due facce»: da una parte c’è chi soffre innocentemente e, dall’altra, c’è il Signore. E quando la croce è vissuta con il Signore, allora sappiamo che la strada è una sola: quella della resurrezione.
Di fronte al dolore innocente non c’è da offrire «risposte facili» o «risposte confezionate»! Possiamo solo fare come Maria che «stava» ai piedi della croce di Gesù (cf. Gv 19,25)! Possiamo «stare» con chi soffre – insieme al Signore – e «compatire», nel senso di «patire con».
La preghiera, in tal modo, è innanzitutto nutrimento alla relazione: è chiedere al Signore che ci faccia sempre gustare il nostro essere figli di un Padre che mai ci abbandona.
La fede, del resto, non risolve i nostri problemi ma ci aiuta a guardarli in modo diverso, vedendoli dalla prospettiva di chi sa che non è mai solo/a, ma che, anzi, è sempre con il Dio della consolazione e della pace che ci sostiene anche nei momenti più duri della nostra esistenza.





