900… o forse 1000?

Molto raramente capita, ma qualche turista che – sulla strada per il Duomo – si sofferma a guardare la facciata di S. Stefano e.m. talvolta c’è, sicuramente ignaro degli anni di questa chiesa. Per sapere chi e quando ha messo su queste pietre non basta chiedere ai nonni o ai trisavoli; bisognerebbe risalire su su, per oltre tremila generazioni: tante hanno pregato, prima di noi, tra queste stesse mura.

Che siano 900 anni esatti poco importa: il prof. Stefano Sodi (*), lunedì scorso 26 settembre 2022, ha sciolto l’interrogativo posto sulla prima diapositiva, ricordando che la prima attestazione di una chiesa di S. Stefano ultra Auserem, annessa ad un monastero benedettino femminile, è del 28 maggio 1085, cosa che può “invecchiare” la nostra chiesa fino ad un altro secolo, raggiungendo un millennio!

Tuttavia, se nessuno sa esattamente quando sia stata eretta questa costruzione, si sa per certo che, nel corso di un rinnovamento dell’edilizia ecclesiastica pisana nel primo quarto del secolo XII, fu ripristinata la funzionalità di S. Stefano con la consacrazione dell’altare maggiore e di due altari laterali: correva l’anno 1122; e questo ci basta per la nostra celebrazione. Per la verità, anno 1122 “in stile pisano”: i pisani, si sa, amano sentirsi un po’ avanti agli altri; così avevano l’abitudine di festeggiare il capodanno prima di tutti, nel giorno dell’Incarnazione di Nostro Signore, fissata 9 mesi prima della data del Natale che precede il capodanno di tutti gli altri, dunque il 25 marzo. Allora la consacrazione di S. Stefano va collocata tra il mezzogiorno del 25 marzo 1121 e quello di un anno dopo… vabbè, siamo un po’ in ritardo!

L’interessante conferenza di Stefano Sodi, ricca di particolari, ci ha portato a seguire le vicende secolari di questo edificio che – rimaneggiato più volte – adesso accoglie noi, fedeli del XXI secolo; edificio sorto “ultra Auserem”, cioè al di là dell’Auser o Ozeri, il secondo fiume della Pisa altomedievale che chiudeva a nord la città delimitata a sud dall’Arno. Edificio sulla strada che, uscendo dalla porta di S. Stefano (adesso murata ma ancora visibile alla sinistra di porta S. Ranierino), e attraversato un grande ponte sull’Ozeri, passava proprio davanti alla facciata della chiesa che all’epoca guardava ad ovest come era d’uso fare; anche il Duomo, S. Caterina, S. Francesco, S. Sisto, S. Paolo e tante altre sono orientate così.

La chiesa comprendeva il cortile del vecchio asilo parrocchiale dove è ancora visibile una parte di un pilastro e circa metà della costruzione attuale, la parte in cui si vedono tre delle antiche colonne; ampliata successivamente fino all’attuale ingresso che allora era invece l’abside, fu poi portata alla forma di adesso alla fine del ‘700. “Oltr’Ozeri”, il prezioso volume pubblicato nel 1987 dal parroco di allora, don Waldo Dolfi, è stata una ricca fonte di notizie per questa serata.
Deviato il corso del fiume Ozeri, tanto che adesso quasi nessuno sa della sua esistenza, la chiesa di S. Stefano veniva distinta da quella rinascimentale di piazza dei Cavalieri con l’appellativo di “fuori le mura”, in latino “extra moenia” da cui quell’ “e.m.” che ci portiamo dietro, anche se – ci fa sapere Sodi – dal 1912 è stata inclusa tra le chiese della città. Già, perché il quartiere di Porta a Lucca alla metà del ‘900 è cresciuto notevolmente lungo una delle direttici di espansione della Pisa contemporanea.

Ma don Waldo non si è limitato al grande lavoro di raccolta e studio di documentazione sulla “sua” chiesa; martello alla mano (e molti tra noi ne sono testimoni e co-protagonisti, tra cui il sottoscritto), ispirato forse dal testo dell’epigrafe visibile nella navata di sinistra, ha voluto riscoprire quelle colonne “imballate” nei pilastri, mettendo in luce anche i bei capitelli come pure il vecchio pavimento del presbiterio. Sul vento del rinnovamento introdotto dal Concilio Vaticano II, smantellato il vecchio altare settecentesco e la balaustra che isolava i religiosi dai fedeli, don Waldo ha anche ridisegnato in forme estremamente sobrie l’altare, il tabernacolo e l’ambone, e ha collocato al centro della parete absidale un vecchio crocifisso, prima conservato in un angolo buio, che dopo un attento restauro si è rivelato essere una preziosa opera trecentesca.

E la storia continua… anche ai giorni nostri: pur non citata da Sodi, che con grande modestia ha voluto trascurare la dimensione artistica della chiesa, ci corre ricordare che in anni recentissimi, rispetto alla vetustà dell’edificio, la chiesa è stata abbellita anche da una maestosa “Via crucis” ad opera di Paola Ceccarelli.

900 anni o quanti di più? Chissà… è certo che da secoli, pur con alterne vicende, “curati”, “parroci” e poi “priori” dal 1821, insieme con i loro fedeli, non hanno mai smesso aver cura di questa chiesa, avendo sempre in mente le parole del salmo “Lo zelo per la tua casa mi divora.” (Sal 69,9)

Umberto Penco

(*) Il prof. Sodi, laureato in filosofia e teologia, ha insegnato storia antica, storia medievale e storia della chiesa.

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